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4 Insegnamenti di Cobra Kai sul Karate [No Spoiler]

Cobra Kai è una serie Netflix sul Karate meno scontata di quanto si pensa. O almeno di quanto pensassi io! Ecco 4 cose che mi porto via dalla quarta stagione.

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La quarta stagione di Cobra Kai è letteralmente uscita ieri, e ieri l’ho finita. Motivo tra l’altro per cui mi tengo ben alla larga da console e serie. Ma questa, è un’altra storia.

Come promesso nel titolo, non c’è alcuno spoiler o recensione in queste righe, quindi le puoi leggere tranquillamente sia che tu voglia vedere la serie, sia che tu non ne abbia mai visto un episodio. 

E se non sai nemmeno di cosa sto parlando, te lo riassumo in un paio di battute. Cobra Kai è una serie Netflix derivata dalla celebre tetralogia anni ‘80 di Karate Kid, con tema la conquista del torneo di All Valley per determinare quale sia la palestra di Karate più forte di tutta la valle.

Tralasciando ogni commento sul Karate in senso stretto, le sottotrame da teen drama e tenendo bene a mente che si tratta di una serie di fantasia, l’ho sempre trovata ben sopra le mie aspettative. 

Specialmente quest’ultima stagione mi è piaciuta molto per i colpi di scena, il finale inaspettato e alcuni spunti che dovremmo prendere anche per la diffusione del Karate qui in Italia. Questi quindi, sono i 4 insegnamenti sul Karate che mi porto via dalla quarta stagione di Cobra Kai.

Pratica il tuo Karate

Un tema interessante della stagione è la contaminazione che per varie vicissitudini i Karateka subiscono, imparando gli stili di Karate di più scuole. Apparentemente incompatibili tra loro, questo apprendimento multiplo quasi li confonde, date le profonde differenze di mentalità e pratica.

Tutto però cambia quando il tema passa da usare l’uno o l’altro stile, a usare una combinazione degli stessi in base alla propria personale percezione o necessità del momento

Forse sarà la mia limitata esperienza nel Karate, ma raramente ho incontrato Karateka che si sono confrontati con più di al massimo 2 scuole diverse. Io, ad esempio, ho praticato Shotokan e Shitoryu, senza però mai sperimentare fondamentali combinati o esercitandomi come se fossero un unico Karate.

Molto spesso il proprio stile di appartenenza viene vissuto con rispetto religioso quasi dogmatico, come se fosse portatore di chissà quale verità. Magari un po’ di “contaminazione” potrebbe far bene ai praticanti, mantenendo alto l’interesse. Sinceramente, non mi viene in mente nessun campo che non abbia tratto giovamento dalla contaminazione culturale! 

Abbiamo bisogno dello spettacolo

Il torneo di All Valley, le sue prove e i combattimenti sono “un’americanata”. Enfatizzata tra l’altro dall’essere in un film. Però è estremamente comprensibile (anche a chi non pratica) cosa succede, chi è in vantaggio e cosa si deve fare per vincere.

Insomma, c’è una storia semplice che arriva a tutti. E la storia è il mezzo più antico degli Uomini per tramandare un concetto in modo chiaro e conciso. 

Prova adesso a pensare a una competizione di Karate Sportivo. La tecnologia ha migliorato moltissimo la logistica e i tempi di gara, ma quanto è appetibile e interessante per un pubblico non specializzato?

Purtroppo non ho la risposta su cosa fare per migliorare in questo senso, e tanto meno dico che una competizione di Karate debba diventare una buffonata. Ma quello che so è che l’interesse iniziale verso un nuovo ambito, è per definizione superficiale. E in superficie qualche luce e fuoco d’artificio aiutano ad attirare l’attenzione. 

Non c’è pratica senza praticanti, e i praticanti non sono gli stessi uomini e donne di 100 anni fa. Come si è evoluto il mondo, si sono evoluti i linguaggi e le vie per chiamare a raccolta nuovi/e Karateka. Finiamola di indispettirsi e discutere su quanto sia o meno Karate il Karate Sportivo, o se il piede posteriore della posizione dello stile sia aperto a 58° o 62°. Portiamo nuovi allievi ed allieve nei Dojo. Lì avremo certamente più modo e tempo di mostrargli la nostra Karate-do e ispirarli per la loro.

Siamo più bulli di quello che pensiamo 

Un tema trattato in modo affatto scontato nella serie, è quello del bullo e del bullizzato. La linea per ritrovarsi ad essere l’uno o l’altro è davvero molto più sottile di quanto si pensi. E nessuno è escluso.

Vedere come il cambio di prospettiva ribalti molto la percezione dei ruoli, mi ha portato alla mente un paio di scenari. Il primo è quello di quando, nella mia prima palestra, le vittorie avversarie erano additate come favoreggiamenti per questioni al di là dell’agonismo. L’altro sono gli attacchi saltuari che puoi leggere sotto alcuni articoli di Karateka.it, reo di non parlare del “giusto” Karate. 

Leggi anche: Esistono gli stili nel Kumite?

Non credo poi ci sia molto da aggiungere, se non ricordarsi anche delle mille federazioni di Karate in Italia, che ci sono e che nascono in nome delle più disparate divergenze.

E la cosa più assurda è che tutto questo contrasta gli stessi principi del Karate per i quali diciamo di combattere.

Saremmo molto più forti e rafforzati sotto un unico tetto. Ci vorrebbe proprio una sorta di Rojava… ma dei Karateka!

Stiamo dentro i limiti che ci creiamo

Molte delle amicizie, inimicizie e contaminazioni di stile che avvengono nella serie, sono casuali. Non pianificate dai praticanti o i maestri, si creano per una serie di motivazioni collaterali, che portano alla nascita di Karateka con visioni ben diverse da quelle dei loro Maestri “tradizionalisti”. 

E le soluzioni di sintesi a questa nuova dimensione sono date dagli stessi studenti, gli unici capaci di un dinamismo che scavalca l’arte marziale praticata come dogma.

Una bella riflessione, non solo sul Karate, su come si debba sempre essere vigili per capire quando stiamo sorvegliano un confine, e quando invece ci stiamo imponendo un limite.

Cover Credit: CURTIS BONDS BAKER// NETFLIX

 

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