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KARATE E ARTI MARZIALI TRA TRADIZIONE E MODERNITA’, TRA JUTSU E DŌ - 2° parte

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KARATE E ARTI MARZIALI TRA TRADIZIONE E MODERNITA’, TRA JUTSU E DŌ

di Lucio Maurino – Direzione didattica KARATEKAI ITALIA

La prima parte dell'articolo

Ora che comprendiamo le origini del Budō, possiamo cominciare ad afferrare cosa significhi oggi. Al contrario di ciò che molta gente crede, il Budō non è un sistema di autodifesa ma è un sistema educativo. Il Budō-ka (praticante di Budō) impara i valori morali del rispetto, della pace, dell’umiltà, ecc. attraverso il perfezionamento di una coreografia marziale. Quindi è molto importante capire che l’efficacia non è l’obiettivo primario di studio nel Budō. Infatti, in molti casi, l’efficienza della tecnica è stata volontariamente diminuita per ridurre il rischio di danni fisici durante gli allenamenti e per aumentare i benefici su mente e corpo. Ad esempio, le tecniche di Budō sono spesso usate per “aprire” il corpo del praticante, mentre approcci più antichi e pratici portavano a posture più “chiuse” o compatte. I vantaggi del Bujutsu servono alla sopravvivenza, mentre i benefici del Budō sono per la vita.

Inoltre, è bene ricordare che le tecniche insegnate nel Budō sono pur sempre delle tecniche marziali ad hanno conservato un loro grado di efficacia. Alcune scuole di Budō sono anche focalizzate sull’efficacia maggiormente di altre e non sarebbe ragionevole dire che tutti i Budō non sono efficaci in combattimento.

Tuttavia è inutile comparare un Budō ad un’altra arte marziale in termini di efficacia marziale. L’efficacia non è la priorità di una pratica di Budō più che trentennale. Se qualcuno volesse imparare qualcosa di principalmente pratico, che sia un sistema di combattimento efficace o uno di autodifesa, può rivolgersi al Koryu Bujutsu (se si vuole rimanere nell’ambito delle discipline giapponesi).

Da notare comunque che se i Budō non sono tecniche di combattimento, essi non sono neanche degli sport. Le arti marziali non cessano mai di evolvere ed i Budō che oggi si evolvono verso discipline da competizione (Shiai) sono dette Kakutogi. Sfortunatamente, i benefici di miglioramento personale intrinseci dell’arte da cui provengono vengono spesso persi strada facendo.

Tra i Budō più importanti, relativi alla Shinkaku no Michi (Via dei principi etici e morali – morale confuciana) abbiamo il Judo (柔道), il Kendo (剣道), lo Iaidō (居合道), il Kyūdō (弓道), il Karatedō (空手道), il Naginatadō (なぎなた-薙刀道), lo Shorinji Kempō (少林寺拳法), dove Pō assume la sinonimia di Dō (Pō, infatti, è la lettura del carattere “Hō”, che si trova in molti termini religiosi, come per esempio “Buppō” che tradotto significa “la legge di Budda”). La parola Nin-Pō usa quindi il termine “Ho” poiché quest’arte marziale ha profondi significati religiosi. Nel Ken-Pō, infatti, si combinano due parti: Arte Marziale (Bumon) e Spiritualità (Shumon), ed è possedendo entrambe queste qualità che si arriva ad avere un corpo ed una mente armoniosamente equilibrati. Quindi “Dō” come perseguimento della Via, concetto importantissimo nelle arti di combattimento e di confronto fisico, ma anche nella vita di ogni giorno, e “Ho/Pō” come eterna verità, nell’antico linguaggio indiano, non solo nel perseguire una Via ma anche per andare oltre la via stessa. Questo non significa che il termine in questione ricopra maggiore importanza rispetto a tutte quelle discipline che invece perseguono la Via classica, ma cerca solo di distinguersi da esse e andare non solo alla ricerca della Via stessa, ma anche, e soprattutto, di entrare in quell’eterno circolo di vita che la natura ci insegna tutti i giorni.

L’Aikidō (合氣道), invece, ha una classificazione a parte legata alla Shinpo no Michi (Via dei Principi Spirituali), un sistema derivato dai metodi di pratica dello Shintoismo, del Buddismo esoterico (Mikkyo), dello Zen, del Taosismo e degli insegnamenti di Chuang Tse, e rappresenta la “Via” che ha unificato (sintesi) la filosofia pratica (applicata) orientale dell’ ”unione mente-corpo” e le arti marziali (Bujutsu). Questa via indica come condurre ed utilizzare la propria vita basandosi sulla concezione (visione) orientale del mondo e dell’esistenza, è la via che “scorre in fondo al cuore” e che ancor oggi sostiene la visione dell’universo e dell’esistenza dei giapponesi.

Per quanto finora riportato, per lo meno in Giappone, la distinzione tra Tradizionale (o Antico) e Moderno ha dei punti di riferimento più definiti e legati più alla loro temporalità epocale che non alla singola e specifica arte marziale a seconda di dove la geografia ci dice si sia evoluta. Certo tutti gli stili di Karate giapponesi, a questo punto, sono de facto moderni ed il suffisso tradizionale, usato da alcuni, è improprio ed incongruente, anche perché tali tipologie nascono anche con finalità sportive. Sicuramente Tode/Te/Uchinadi ecc… sono tradizionali/antichi, sia che si prenda a riferimento il 1868, il 1876, o anche il periodo Edo nella sua globalità e non certo perché provenienti da Okinawa e non da un altro distretto giapponese.

Tuttavia, nonostante questo metodo, attraverso cui si utilizzano le date e quindi i periodi storico-politici che il Giappone ha vissuto, sia equo e significativo per distinguere il tradizionale dal moderno, è meglio utilizzare una classificazione riferita all’etimologia italiana per intendere la diversità tra tradizionale e moderno.

Infatti, tradizionale è un termine che si riferisce a ‘tradizione‘, documentato per la prima volta nel 1598 ed è derivato per via dotta dal latino ‘traditione(m)’ che è a sua volta un derivato dal verbo ‘tradere’, il cui significato di base è ‘consegnare oltre‘(tra + dare). L’accezione originaria della voce è quindi ‘consegna/affidamento‘, cioè ‘trasmissione ininterrotta alla posterità di memorie storiche, dottrine, usanze, costumi, leggende passate di generazione in generazione e da epoca a epoca per via orale, senza prove certe’.

In ogni caso il concetto di ‘tradizione’ è fondamentalmente legato alla trasmissione e consegna alle nuove generazioni di credenze o usanze che si ripropongano ininterrottamente e sulla base di una condivisione diffusa. La ‘tradizione‘ vive soltanto se trasmessa ininterrottamente e immutabilmente attraverso canali comunitari condivisi. Quindi si tratta di trasmettere, in maniera inalterata e non personalizzata, qualche cosa di pregresso a nuove generazioni.

Ricordando questi concetti, potremmo dare ai termini “tradizionale/antico” una definizione di tipico: ‘tipico‘ è una parola tutt’altro che “tipica” nella lingua italiana, dove col significato di “appartenente a un tipo, a una persona o a una cosa” oppure “conforme a un tipo, che ne condivide le caratteristiche”, dal greco typos ‘impronta‘, che riprende il verbo ‘typtein’ che significa ‘battere’ e anche ‘lasciare un segno, un’impronta’. Quindi è tipico “ciò che riflette, riproducendolo esattamente, un certo modello che nel tempo può anche subire aggiornamenti marginali, dovuti all’evoluzione, senza mai variare il suo significato genuino” il Karate tradizionale o antico, appunto !”.

I Saggi giapponesi (maestri non solo di arti marziali), per far intuire meglio questo concetto, portano come esempio quello di far immaginare all’allievo una montagna: il termine “Jutsu” potrebbe indicarci “come” si sale sulla montagna, il termine “” potrebbe indicarci il “modo migliore” per raggiungere la cima di quest’ultima, mentre il termine “Ho/Pō” potremmo identificarlo come “una nuvola che fluttua in cielo sopra la montagna, che scende su di essa sotto forma di pioggia, che scorre attraverso essa fino a divenire da prima ruscello, poi fiume fino ad arrivare in mare e da qui ancora nuvola pronta a ricominciare questo eterno ciclo di vita”.

Il carattere cinese usato per “Ho” è composto da due radici, la prima “Sanzui” significa “acqua“, la seconda “Saru” significa “andare avanti“, se uniamo i due termini otterremo “andare avanti nell’acqua” e se ad esso pensiamo come l’eterno ciclo, prima esposto come esempio, ecco che tutto ci torna più chiaro. Vi è però da dire che il termine “Ho”, nonostante sia scritto con il radicale di acqua ed il carattere di avanzare, non ne prende il significato letterale ma è un’evoluzione ideogrammatica cinese sul termine sanscrito di “ruota” utilizzato per descrivere la legge “dharmica” introdotta dal Buddhismo; così come il carattere Dō, nonostante sia partito dal concetto taoista, è finito, in Giappone, per rappresentare la ricerca interiore verso l’illuminazione, nel concetto Buddhista del termine.

Bumon” e “Shumon”, il vangelo marziale si unisce indissolubilmente a quello religioso. Vivere una vita come un praticante (“-Ka”) vuol dire “desiderare niente, apparire niente, essere niente”. Questo è il punto più sicuro: diventare uno “zero”, come l’ “en”, il cerchio. Ma due cerchi, uno affianco all’arto, significano anche infinito, ecco allora che dallo zero nasce ogni cosa.

 

FONTI BIBLIOGRAFICHE

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Ultima modifica il Giovedì, 19 Maggio 2016 08:41
Lucio Maurino

Specialista in Scienze Motorie Preventive e Adattative – Specialista certificato in Esercizio Correttivo® - Allenatore IV° Livello Europeo CONI per FSN e DSA – Docente Esperto Scuola Regionale dello Sport CONI Campania

Sito web: luciomaurino.com
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