May 26, 2018 Last Updated 5:31 PM, Jan 29, 2017

Jion

Pubblicato in Kata
Letto 3277 volte
Vota questo articolo
(0 Voti)

JION: La tecnica misericordiosa del Lúohàn

di Massimo Braglia

Copyright © 2015. All right riserved.

 

Il kata Jion deriva dalle modifiche apportate nella scuola Shōtōkan all’omonima forma che troviamo in alcuni sistemi stilistici di Karate che si ispirano allo Shōrin-ryū di Okinawa.

L’assenza di questo kata da qualsiasi tradizione classica di Okinawa e l’analisi delle tecniche in esso contenute ci porta ad ipotizzare che Ankō Itosu l’abbia creato sintetizzando principalmente i movimenti presenti in Jitte e Ji’in in aggiunta a quelli presenti in qualche altra forma. Inoltre, il fatto che tutti e tre i kata inizino con il nome Ji e che possiedano la stessa forma di saluto lascia pensare che Itosu abbia voluto realizzare tre forme-sorelle come aveva già fatto per il gruppo dei Naihanchi (Tekki) e dei Rōhai (presenti solo nello Shitō-ryū), dalla cui sintesi Gichin Funakoshi creò successivamente il kata Meikyō.

 

Le origini okinawensi del kata Jion

Il saluto iniziale comune ai tre kata monastici Jion, Jitte e Ji’in – il pugno destro racchiuso nel palmo della mano sinistra – identifica la provenienza cinese e, più specificatamente, la sua influenza buddista.

Riguardo la diffusione del monachesimo buddista nel principato di Ryūkyū, le testimonianze che vanno dal XV al XVI secolo – periodo che coincide con quello di maggiore splendore del regno – attestano che durante questa era vennero eretti quasi un centinaio di templi buddisti, allora considerati sullo stesso piano di quelli presenti a Kyōto, Nara e Nikkō. A causa dell’esistenza di questi edifici, la tradizione riporta che diversi monaci giunsero nelle Ryūkyū e che si ritennero legittimati nel comunicare la conoscenza delle sacre scritture buddiste. Di conseguenza è possibile che alcuni di loro abbiano lasciato traccia dei loro sistemi di combattimento anche se non sappiamo esattamente quali. Ma dopo la conquista del clan giapponese dei Satsuma avvenuta all’inizio del XVII secolo e il conseguentemente impoverimento delle Ryūkyū, molti di questi templi caddero in rovina fino a scomparire definitivamente.

In merito alla diffusione del buddismo fra i nobili dell’arcipelago, invece, occorre osservare che mentre nel Giappone Centrale accadde che la filosofia Zen ebbe una profonda influenza sullo sviluppo delle arti marziali, altrettanto non capitò nella più confuciana Ryūkyū. Infatti, a causa delle pesanti restrizioni socio-economiche imposte dal clan giapponese Satsuma, le classi nobiliari si impoverirono sempre di più e, comunque, non assimilarono sufficientemente la dottrina buddista. Riguardo la più povera ed estesa classe dei contadini e dei pescatori, fino agli anni immediatamente vicini all’ultimo grande conflitto, invece, si riscontra una maggiore adesione alla religione animista.

In merito all’origine dei cosiddetti ‘kata monastici’ giunti nell’odierno Karate, occorre evidenziare che l’unica testimonianza a riguardo ci proviene da G. Funakoshi. Si tratta di un estratto dal secondo di una serie di tre articoli redatti sul quotidiano Ryūkyū Shinpō nel 1914, di cui il sottotitolo è “Ricordando le parole di Ankō Asato”. Più esattamente, in questo secondo articolo intitolato Tōde no ryūgi (Stili di Karate), il futuro fondatore della scuola Shōtōkan riportò un’intervista ottenuta nel 1901 dal suo Maestro Ankō Asato (1827-1906). Ecco un estratto:

Un cinese del Fújiàn proveniente da Ānan che era naufragato ad Okinawa insegnò il (kata) Chintō a Gusukuma ed a Kanagusuku in Tomari. Lo stesso cinese del Fujian insegnò anche Chintē a Matsumora e ad Oyadomari, mentre Yamazato apprese Ji’in ed a Nakazato insegnò Jitte. Siccome era ansioso di ritornare a casa in Cina, l’insegnante di Ānan insegnò diversi kata (separatamente) a diversa gente”.1

Ecco svelata l’origine di quattro noti kata di Karate! Inoltre, Funakoshi ripetè quest’informazione anche nei suoi successivi libri, aggiungendo altri nomi a questa lista. Più esattamente, in Karate-dō Kyōhan affermò che:

Maestro di Gusukuma, Kanagusuku, Matsumora, Oyadomari, Yamada, Nakazato, Yamazato e Toguchi fu un cinese del sud che venne trascinato dalla corrente fino a Tomari”.2

Come affermato nei capitoli precedenti, la maggior parte di questi esperti nati nella prima metà dell’800 era stata introdotta all’arte del combattimento dai Maestri Giku Uku e Kishin Teruya, entrambi di Tomari. Ma in seguito ai fatti descritti ed avvenuti verso la metà del XIX secolo, la tradizione orale afferma che il naufrago di Ānan venne accolto dalla gente del luogo e contraccambiò il favore, insegnando loro le basi del proprio metodo di combattimento ed alcune forme semplificate che vennero in breve tempo condivise all’interno di quel villaggio.

Una teoria più recente ed interessante a proposito dei tre kata monastici proviene dal ricercatore Fernando P. Câmara. Eccola:

Gusukuma fu un discepolo di Annan (…) e di Jion, un monaco buddista da cui proviene il kata con lo stesso nome. Si ritiene che Gusukuma abbia dato ad Itosu (…) la forma personale di questo, Jion, e due kata eseguiti con i sai: Jitte e Ji’in, che adattò come kata a mani nude”.3

Confesso che quando venni a conoscenza dell’ipotesi di Câmara ne rimasi affascinato. Ma dopo averla analizzata con calma, nutrii vari dubbi a riguardo. Mi spiego: a proposito della prima tesi, dove un monaco buddista chiamato Jion avrebbe insegnato una forma con il suo stesso nome a Gusukuma, è chiaro che Câmara ha estratto il nome di questo religioso dall’affermazione del Maestro Funakoshi nella sua opera Karate-dō Kyōhan che qui di seguito riporto:

“« No he cambiado este nombre.”Jion è il suo nome originale, e il suo carattere appare frequentemente nella letteratura cinese sin dai tempi antichi. El carácter chino Ji-on aparece en un viejoIl Jion-ji (慈恩寺) è un vecchio e famoso tempio buddista (寺), e là esiste anche un noto santo buddista chiamato Jion (慈恩). Il nome suggerisce che il kata sia stato introdotto da qualcuno identificato con il tempio di Jion, proprio come il nome di Shōrin-ji kenpō (少林寺拳法) deriva dalla sua connessione con il tempio di Shōrin (少林寺)”.4

Dalle parole di Funakoshi si evince che nemmeno il Maestro conosceva l’esatta origine di questo kata. Dunque, la conclusione di Câmara riguardo l’identità di Jion mi pare azzardata, sebbene mi incuriosisca sapere come sia giunto a questa conclusione.

Dal canto mio, basando le mie indagini sulle affermazioni della Dr. Leslie M. Graham, il naufrago citato da Funakoshi era un monaco taoista chiamato Lau Leung ed Ānan (阿南) era un sobborgo di Fúzhōu. Questa grande città è tuttora la capitale dell’attuale provincia cinese del Fújiàn, con la quale gli abitanti di Okinawa intrattenevano un importante accordo commerciale dalla fine del XIV secolo.5

Tornando all’ipotesi di Funakoshi che il kata potrebbe essere “stato introdotto da qualcuno identificato con il tempio di Jion”, il fatto che nessun storico del Karate abbia mai citato l’esistenza di un certo esperto chiamato con questo nome preclude l’ipotesi che Gusukuma possa aver ottenuto il kata Jion da un omonimo ed inconsistente personaggio, e che potrebbe conseguentemente averla trasmessa ad Itosu.

Sempre a proposito di questo nome, l’unica descrizione a riguardo proviene dal noto Maestro di Kobudō Masahiro Nakamoto, il quale ha affermato che “un altro nome di famiglia del nobile Chōken Makabe (1773-1829) di Shuri era Jion”.6 Ma il fatto che in essa non sia ricordato alcun religioso ci allontana ulteriormente dall’ipotesi che un suo discendente possa coincidere con l’autore dell’omonimo kata.

Riguardo l’ipotesi di Câmara per la quale i kata Jitte e Ji’in sarebbero stati originariamente eseguiti con una coppia di tridenti in metallo (in Okinawa chiamati sai), devo ammettere che alcune loro tecniche potrebbero essere tranquillamente eseguite con un paio di queste armi.

Sebbene non abbia ricevuto notizie a riguardo da Leslie Graham, ho comunque discusso l’argomento con l’esperto di Kobudō Andrea Guarelli e la sua conclusione è stata che non risulta registrato nella storia dell’isola alcun kata di Sai-jutsu (釵術) che possieda il nome di queste forme e tanto meno delle sequenze similari alle tecniche in esse contenute.

Concludendo sulla seconda ipotesi di Câmara, è altrettanto improbabile l’ipotesi che Itosu abbia modificato questi due kata ed adattati all’uso delle mani nude. Al contrario, ritengo molto probabile che l’assenza di Jion da ognuna delle tre principali tradizioni marziali di Okinawa (Shuri-te, Tomari-te e Naha-te), unitamente all’analisi delle tecniche contenute in questo kata, evidenzia che Ankō Itosu potrebbe non solo aver creato questa forma dalla sintesi di Jitte e Ji’in, ma che avrebbe da un lato semplificato alcune tecniche di entrambi questi due kata e dall’altro registrate alcune loro applicazioni al suo interno.

Una diversa teoria sulle origini del kata Jion proviene da Tsukuo Iwai. A proposito delle sue ricerche, egli afferma che potrebbe discendere da una forma che utilizza i tekkō (手甲), una sorta di tirapugni di ferro di Okinawa ottenuti dalle staffe per montare a cavallo.7 Ma tale ipotesi è stata apertamente confutata sempre da Masahiko Nakamoto, motivando il fatto che il noto esperto di Kobudō Shinken Taira (1897-1970) creò il kata Maesato no Tekkō (前里の手甲) per codificare alcune tecniche sparse usando la struttura del kata Jion da lui appresa a Tōkyō presso il dōjō di Funakoshi.8 Riguardo il termine Maesato, Takao Nakaya chiarisce che si riferisce all’autentico cognome di questo esperto, poichè (il più noto e nobile) Taira corrisponde al cognome materno.9

A questo punto, avendo chiarito le tesi principali sull’origine del kata Jion, è giunto il momento di indagare circa i documenti moderni e il significato del nome Jion.

(fine 1^ parte)

Il presente articolo costituisce una sintesi dell’omonimo capitolo presente nel libro “Il sistema stilistico Shōtōkan” di Massimo Braglia.

La 2^ parte!

 

Note

 

  1. Rispettivamente, il titolo dei tre articoli pubblicati il 17-18-19 gennaio 1914 sul quotidiano Ryūkyū Shinpō e redatti da Gichin Funakoshi sono: “Okinawa no Bugi” (Tecniche marziali di Okinawa), “Tōde no Ryugi” (Stili di Karate) e “Kokoroe” (Conoscenza / informazioni), tradotto da Patrick & Yuriko McCharty nel già citato “Gichin Funakoshi, Tanpenshu” (trad. “Untold stories”, 2004).
  1. A proposito di quest’affermazione, Takao Nakaya in “Karate-dō: History and Philosophy”, 2^ ed. (2011) aggiunge che il cognome Gusukuma può anche essere letto Shiroma – l’insegnante di Tomari del Maestro Ankō Itosu – e che Kanagusuku può anche essere letto Kinjō. Inoltre, Nakaya Sensei aggiunge che i nomi completi degli altri esperti sono: Kōsaku Matsumora, Kōkan Oyadomari, Yamada Gikei, Bokunin Nakazato, Gikei Yamazato e Kame Toguchi.
  1. Fernando P. Câmara “Tomari-Te: The Place of the Old Tode”. Vedi http://www.msisshinryu.com/history/tomari-te/ .
  1. Il nome giapponese Shōrin-ji kenpō coincide nella lingua di Pechino con Shàolín-sì quánfà.
  1. Leslie Graham, comunicazione pers.
  1. Masahiko Nakamoto, “Okinawa Traditional Kobudo: Its Introduction and the Karate Kobudo masters of Shurite” (2006), trad. Di Miguel Da Luz (2008).
  1. Tsukuo Iwai,Koden Ryūkyū Tōde-jutsu” (1992).
  1. Masahiko Nakamoto, “Okinawa Kobudō” (2006).
  1. Takao Nakaya, “Karate-do: Hystory and Philosophy” (2^ ed. 2011).
Ultima modifica il Mercoledì, 13 Aprile 2016 10:05
Altro in questa categoria: Jion - 2° parte »

Lascia un commento

Make sure you enter the (*) required information where indicated.Basic HTML code is allowed.

Seguici su Facebook

Iscriviti alla Newsletter KARATEKA.IT

Vuoi conoscere in tempo reale le novità del sito Karateka.it? Iscriviti alla newsletter! Un fantastico regalo per te!!
Riceverai al più presto il link per scaricare il tuo regalo!

Most Read