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Jion - 2° parte

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JION: La tecnica misericordiosa del Lúohàn

di Massimo Braglia

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Leggi la prima parte dell'articolo. 

I documenti moderni sul kata Jion

La prima informazione scritta sull’esistenza del kata Jion compare nei due libri di Gichin Funakoshi pubblicati negli anni ’20. A questo proposito, il Maestro li descrisse con i caratteri fonetici Jion (Ji-o-n, ジオン) mentre nella sua terza opera del 1935 utilizzò i già citati ideogrammi Ji-on (慈恩), il cui significato è ‘Misericordia e benevolenza’:1

Un altro libro pubblicato nel 1934 che riporta il nome di questa forma proviene da Morinobu Itoman, il quale nel suo ampio elenco di kata troviamo registrato Jion con gli stessi caratteri fonetici utilizzati da Funakoshi.2
In disaccordo con il fondatore della scuola Shōtōkan, nelle due prime edizioni del libro redatto insieme a Genwa Nakasone e pubblicato negli anni ‘30, il fondatore del ramo cadetto dello Shitō-ryū Kenwa Mabuni riportò nella lista dei kata presente in questo testo il kata Jion descritto con gli stessi caratteri fonetici precedentemente utilizzati da Gichin Funakoshi.3 Ma, in seguito, Kenwa Mabuni modificò per la propria scuola i caratteri del kata Jion (慈音) che in tal modo acquisì il significato di ‘Suono della misericordia’.4

A proposito del dibattito che si aprì sulla scrittura del nome Jion, negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della Seconda guerra sino-giapponese, ulteriori scuole di Karate si schierarono per le interpretazioni sopra descritte dei due noti insegnanti. Accadde così che, in Okinawa, Chōshin Chibana preferì per la scuola Shōrin-ryū i caratteri scelti da Funakoshi, mentre Hironori Ōtsuka scelse per la Wadō-ryū gli ideogrammi indicati da Kenwa Mabuni.
Sempre riguardo a questo argomento, alcuni ricercatori occidentali traducono diversamente gli ideogrammi del kata Jion. È il caso di Ermenegildo Camps e Santiago Cerezo che nella loro opera riportano ‘Suono del tempio’ o ‘Rumore del tempio’ (寺音).5 Inoltre, Rob Redmond riporta l’ulteriore traduzione di ‘Benevolenza del tempio’ (寺恩).6

Come possiamo notare, Gichin Funakoshi fu la prima persona che avvicinò il concetto di ‘tempio buddista’ (nella lingua di Pechino e ji in giapponese, 寺) al nome del kata Jion (慈恩). In tal modo il Funakoshi Sensei poté riferirsi a Jion-ji (慈恩寺) come ad un “vecchio e famoso tempio buddista”. Partendo da questo presupposto, tenterò ora di spiegare il significato degli ideogrammi usati da Funakoshi per l’omonimo kata.

Riguardo il nuovo significato che il fondatore della scuola Shōtōkan diede al nome Jion, molti esperti ritengono che il Maestro avesse preso a prestito il primo kanji della parola ‘compassione, misericordia’ (jí-bēi nella lingua di Pechino e ji-hi in giapponese, 慈悲). Si tratta di un termine comune alle filosofie buddista e jainista, la cui radice proviene dalle lingue sánscrito e pali karuṇā (करुणा).

 

Le origini cinesi del tempio di Jion

Riguardo i templi buddisti che possiedono il nome Jion, ne esistono diversi in Cina come in Giappone. Fra questi, il più antico è certamente il ‘Grande tempio di Jion’ (Dà Zíēn-sì nella lingua di Pechino, 大慈恩寺) situato nell’attuale Xī’ān – l’antica capitale imperiale Cháng’ān – oggi capoluogo della provincia cinese dello Shǎnxī.

Il complesso di Xī’ān coincide con un’immensa area di oltre 24 ettari, il cui tempio venne costruito nel 648 d.C. da Gāozōng (628-683), il terzo imperatore della dinastia Táng in memoria della bellissima madre Zhángsūn (601-636), morta prematuramente ma ricordata come “Civile, virtuosa, serena e sacra”(Wén-dé-shùn-shèng, 文德順聖). A causa della sua reputazione, il tempio costruito in suo onore venne chiamato ‘Misericordia e benevolenza’ (Zíēn nella lingua di Pechino e Jion in giapponese, 慈恩), qualità annoverate al culto di una santa molto amata e deificata col nome di Guānyīn. All’interno di questa vasta area troviamo anche la grande pagoda dell’Oca Selvaggia, costruita nel 652 per commemorare l’opera del monaco Xuán Zàng (602-664), che fu pellegrino in India per quindici anni. Questo religioso è ricordato per esser ritornato in patria con numerose scritture, ritratti e reliquie che divennero patrimonio della nuova fede cinese.

A motivo di quest’impresa straordinaria, la sua avventura venne trasformata in un mito per poi trasformarsi nel soggetto del fortunato romanzo “Viaggio in Occidente”, pubblicato anonimo verso il 1590, ma divenuto una delle opere più conosciute ed amate della letteratura cinese per le grandi imprese di Sūn Wùkōng, la Scimmia Bianca.

Riguardo l’imprecisione del Maestro Funakoshi sul monastero di Jion e sul presunto santo occorre spezzare una lancia a suo favore poiché, nel momento in cui effettuò tale citazione a proposito dell’omonimo kata, la Seconda guerra sino-giapponese (1937-1945) era prossima allo scoppio. La naturale conseguenza di quel particolare periodo è che gli eruditi giapponesi si trovavano nella situazione di dover spesso chinare il capo di fronte alla politica militarista del tempo che, dispregiando la cultura cinese, era restia a qualsiasi scambio culturale.

Sul territorio giapponese, invece, esistono solo piccoli santuari con il medesimo nome, sebbene sia interessante osservare che si rifanno alla spiritualità del più antico tempio cinese di Xī’ān. A questo proposito vorrei evidenziare che il tempio chiamato Jion-ji Kannon (慈恩寺観音) situato ad Iwatsuki, una città situata circa quaranta km a nord di Tōkyō, venne costruito nel 1942 in seguito al ritrovamento di una reliquia apicale del monaco Xuán Zàng a Nanchino, dalla cui città venne trafugato durante il conflitto.7 In merito al tempio Jion-ji (慈恩寺) di Azuchi-chō ad Ōmihachiman, circa cinquanta km a nord-est di Kyōto, non posso pronunciarmi perché non sono riuscito a risalire alla data di fondazione.

A conclusione di questo paragrafo, la cosa più interessante da notare è che, grazie all’esistenza di un documento e una stele trovati nel monastero buddista di Shàolín dell’Hénán, questa setta cinese divenne una delle più note grazie al raggiungimento di ben undici comunità religiose diffuse in varie province cinesi, sebbene non tutte operanti contemporaneamente.8 Proprio una di queste comunità Shàolín trovò sede nell’antica capitale imperiale Cháng’ān, l’attuale Xī’ān, oggi capoluogo della provincia cinese dello Shǎnxī.

Le principali caratteristiche tecniche del kata Jion

Dopo aver scoperte le radici di Jitte e Ji’in – dai quali proviene Jion – vorrei spiegare in quest’ultimo paragrafo alcune peculiarità tecniche di questo kata monastico, citando le parole di Gichin Funakoshi che, a proposito delle caratteristiche generali dei kata Shōrei (Jion, Jitte, Tekki ed Hangetsu) nel suo libro del 1935 affermò:

I seguenti kata appartengono alla scuola Shōrei, ed i movimenti sono a volte pesanti in paragone a quelli della scuola Shōrin, ma la posizione del corpo è molto audace. Essi offrono un buon allenamento fisico, sebbene siano difficili per i principianti”.9

Specificatamente alla versione Shōtōkan JKA di Jion, Masatoshi Nakayama aggiunse:
Questo kata esprime un’armonia interiore perfetta con quella attribuita a Buddha, ed i suoi maestosi movimenti celano uno spirito indomabile. Non vi sono tecniche particolarmente difficili, ma il kata si rivela eccellente per padroneggiare i movimenti di rotazione ed i cambi di direzione. Il corretto impiego delle tecniche e delle posizioni appreso negli Heian e nei Tekki è qui indispensabile per i frequenti cambi di tempo, e per la difficoltà d’esecuzione delle tecniche di gambe e di braccia simultanee durante i cambiamenti di direzione”.10

Dalle parole di Nakayama Sensei possiamo dedurre che il kata Jion introduce le tecniche di un’antica scuola di combattimento, il cui principale scopo è incentrato nel controllo dell’avversario, ovvero sul come ottenere l’abilità di disarmare fisicamente e psicologicamente un aggressore.

In comune ai kata Jitte e Ji’in, chi intende perfezionare questo kata deve certamente allenare una grande forza fisica, ma mediandola con un alto livello di fluidità unito ad altrettanta serenità che non richiede eguali in altri stili. Non si tratta di continuare a difendersi nell’intento di preparare un attacco: semmai di accogliere ed inglobare le tecniche altrui, esprimendo l’armonia interiore attribuita al Buddha.

Chi ama la violenza non è fatto per questo stile di combattimento: la continua sollecitazione di avanzamento verso l’avversario manifestato nell’intero stile ha lo scopo di bloccare le azioni altrui sul nascere, togliendo lo spazio necessario per continuare l’attacco. Dunque, la coltivazione di questo atteggiamento crea nel praticante la sensazione di forgiare tutto se stesso con un concetto ben espresso dalla locuzione ‘pugno di ferro in guanto di velluto’. La forza del metallo è simboleggiata dal pugno presente nel saluto iniziale, mentre il velluto sottintende al profondo atteggiamento di pace interiore espresso dalla mano aperta che ingloba la mano serrata a pugno.

Tra gli antichi Maestri che si specializzarono nel kata Jion, il più noto è certamente Chōmo Hanashiro (1869-1945), il quale è soprattutto ricordato per l’interpretazione di questa forma inserita nel capolavoro di Genwa Nakasone.11 A questo proposito, si ritiene che Hanashiro Sensei abbia trasmesso il kata Jion senza variazioni all’interno della sua scuola Shuri ken al suo continuatore Heihatiro Okada (1896-1983). Inoltre, è interessante effettuare uno sguardo sinottico su questa versione con quella anteriore ma già modernizzata da Gichin Funakoshi pubblicata nei suoi libri del 1925 e nel 1935.12

Con molte probabilità, un altrettanto abile insegnante in tutti e tre i kata monastici (Jion, Jitte e Ji’in) fu senza ombra di dubbio Chōshin Chibana. A proposito di questo esperto, alcuni ricercatori ritengono che non conoscesse questi kata per il solo motivo che non li insegnò mai pubblicamente, ma essi si sbagliano. Infatti, se il coevo Kenwa Mabuni conosceva tutte e tre le forme di Itosu, Chibana Sensei che era considerato il ‘maggiore’ o ‘più anziano’ (senpai, 先輩) fra gli allievi di seconda generazione di Itosu, doveva conoscerle per forza. Inoltre, come testimoniato in seguito dai suoi principali allievi (Yūchoku Higa, Katsuya Miyahira e Shūgorō Nakazato), Chibana puntava più sulla sostanza e – rispetto a Mabuni ed a Funakoshi – aveva la consuetudine di non trasmettere ogni kata che conosceva indistintamente a tutti, né, tanto meno, risulta che abbia mai creato alcuna versione personale.

Prima di concludere, desidero evidenziare che il metodo di combattimento riferito a Jitte e Ji’in (e quindi anche al kata Jion che ne costituisce la sintesi) proviene da un generalizzata ‘Boxe del monaco’ che ho scelto di trattare come conclusione di queste tre forme-sorelle e perciò all’interno delle pagine dedicate al kata Ji’in-Shōkyō.

A loro volta, i movimenti che troviamo nei kata Jitte e Ji’in provengono anche dalle antiche Boxe della gru e dell’orso. Per i connessi approfondimenti relativi allo stile di combattimento della gru ed alla sua simbologia rimando al capitolo dedicato ai kata Chintō-Gangaku del mio libro, mentre per quelli inerenti allo stile dell’orso ho ritenuto opportuno trattarli all’interno del capitolo relativo ai kata Jitte-Jūtte.

Il presente articolo costituisce una sintesi dell’omonimo capitolo presente nel libro “Il sistema stilistico Shōtōkan” di Massimo Braglia.

 

Note

  1. Gichin Funakoshi, “Karate-dō Kyōhan” (1935).
  2. Morinobu Itoman, “Tōde jutsu no Kenkyu” (1938).
  3. Genwa Nakasone e Kenwa Mabuni, “Kōbō Kenpō Karate-dō Nyūmon” (1935).
  4. Come possiamo notare, il primo dei due ideogrammi relativi al nome Jion della scuola Shitō è comune a quello precedentemente scelto da Funakoshi per lo stesso kata. Colgo l’occasione per informare che alcune scuole Shitō-ryū traducono erroneamente il significato di Jion con ‘Suono del tempio’. La lista ufficiale dei kata Shitō-ryū seitō di Kenzō Mabuni compare su http://www.seitōshitoryu.com/data/kata_list.pdf .
  5. Hermenegildo Camps e Santiago Cerezo, “Estudio técnico comparado de los katas de Karate” (2005).
  6. Rob Redmond, “Kata: The Folk Dances of Shotokan” (2006).
  7. A proposito del significato di Kannon (観音) che compare nel titolo del monastero, desidero chiarire che si riferisce a una divinità indiana misericordiosa e che, curiosamente, il secondo kanji del suo nome (on, 音), ‘suono’, coincide con quello scelto da Kenwa Mabuni per il kata Jion (慈音).
  8. Vedi la mappa degli undici monasteri Shàolín a pag. 59 del mio libro “Il sistema stilistico Shōtōkan”. Inoltre, vedi anche l’opera di Stefano Dalla Vecchia “Shaolin: il tempio dei monaci guerrieri” (2009).
  9. Gichin Funakoshi, opera citata.
  10. Masatoshi Nakayama, “Best Karate, Vol. 8: Gankaku, Jion” (1981).
  11. Genwa Nakasone “Karate-dō Taikan” (lett. “Introduzione al Karate-dō”, 1938).
  12. Gichin Funakoshi, “Rentan Goshin Tōde-jutsu” (1925) e “Karate-dō Kyōhan” (1935).
Ultima modifica il Mercoledì, 13 Aprile 2016 10:06

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