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Savio Loria – Karate Talks #37

Con il Coach della Nazionale Savio Loria, ripercorriamo la Vittoria della squadra di Kumite Maschile ai Mondiali di Dubai 2021!

Intervista a Savio Loria

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Trascrizione a cura di Chiara Casotto

Alessio Sorrentino: Buonasera Savio Loria, come stai? Stasera ti metto sotto torchio visto che ti ho “a tiro”: una vittoria storica al Mondiale della squadra maschile di Kumite. Oltre a quello che abbiamo visto su Instagram, qual è stata l’emozione di riportare un trofeo del genere in Italia?

Savio Loria: Buonasera Alessio e buonasera a tutti quelli che sono in ascolto! È stata un’emozione fortissima e indescrivibile. Conta che era il sogno di tanti ex atleti che hanno vissuto la Nazionale, che ora sono tecnici e fanno anche altro, però è stato un sogno grande per me personalmente perché ho sempre visto squadre fortissime e tra l’altro anche noi abbiamo sempre avuto una squadra veramente molto molto forte.

Questa qui è stata una gara che per molti anni abbiamo provato a vincere senza mai riuscirci. L’unica finale a squadre è stata fatta nell’82 da una squadra veramente di maestri: c’erano Claudio Guazzaroni, Massimo Di Luigi, De Luca e un gruppo di atleti che sono i nostri “antenati”.

Noi abbiamo sempre provato a replicare un’impresa del genere e ci siamo andati vicini in Messico, vincendo un bronzo nel 2004 e poi è arrivata quest’anno. È stata un’emozione grandissima naturalmente, è esplosa dopo perché da coach devi sempre gestire le emozioni, devi sempre rimanere lucido ma quando in finale abbiamo vinto e l’ultimo atleta (De Vivo) ha portato a casa il 3-0 è stato qualcosa di veramente emozionante. È stata un’impresa veramente importante e storica che ha fatto sognare tanto e ci ha uniti tutti in quel momento.

A: Dal punto di vista della partenza, per chi magari non ha seguito così da vicino i Mondiali e magari li ha seguiti su Karateka e ha visto i grandissimi risultati, com’era percepita l’Italia prima del Mondiale? Un po’ come l’Italia del calcio degli Europei, quindi un’ottima squadra ma non tra le favorite, era tra le favorite, com’era la percezione nel mondo del karate ad alto livello della squadra italiana?

S: L’Italia è sempre stata una buona squadra, con grandi campioni che però non è mai riuscita a esprimersi al meglio, quindi per anni è stata percepita in questa maniera. Tra l’altro in questa squadra ci sono dei grandissimi atleti, anche se non ci sono individualità forti come sono stati all’epoca Maniscalco, Benetello, Di Domenico, Busà e tutti gli altri campioni: questa è una squadra giovane, composta dallo staff tecnico che ha unito quelli che riteneva gli atleti migliori del momento. Era percepita come una buona squadra, ma non come vincente. Noi però ci credevamo, sapevamo di poter far bene e vincere è un sogno che si è realizzato.

A: C’è stato, secondo te, un momento il cui la squadra ha detto “lo vogliamo vincere questo mondiale”?

S: I primi incontri li abbiamo vinti, ma è stato quando si è vinto con il Kazakistan che si è capito che si poteva fare benissimo. Il Kazakistan ha fatto una grande evoluzione: è stata una delle nazioni che (come noi) ha qualificato più atleti alle Olimpiadi, facendo anche molto bene. È cresciuta tantissimo, tatticamente è forte, tecnicamente meno di noi, però gli atleti hanno un buon carattere e buona personalità, quindi battuti loro abbiamo iniziato a pensare di poter andare davvero bene. Il mio pensiero c’era già prima, però i ragazzi li ho visti proprio più gasati e ci han creduto ed è così che siamo andati in finale di pool con la Turchia veramente carichi.

A: Io so che lo spogliatoio è sacro quindi è una delle poche domande a cui ti permetto anche di non rispondere perché mi spingo magari un po’ oltre. Visto che vorremmo raccontare un punto di vista che non possiamo trovare altrove, ci racconteresti magari di qualche rito, di qualche retroscena che è successo tra te i ragazzi, tra di loro o come si sono caricati? Un dietro le quinte veramente solo per Karateka.

S: Con lo staff tecnico è stato deciso che a seguire la maschile saremmo stati Nello ed io Maestri, e lui è stato veramente di grande aiuto; mentre per la femminile ci sarebbero stati Claudio Guazzaroni e Cristian Verrecchia. Abbiamo provato per la prima volta a far seguire le due squadre in maniera diversa, anche se poi ci davamo consigli e ci confrontavamo.

Ti racconto quello che è successo in finale. Il palazzetto era su due piani: nel piano alto c’era una bella tensione e quando ci si scaldava, i ragazzi stavano veramente bene. I serbi guardavano e osservavano e non ci fidavamo di questo modo di fare, ma noi comunque siamo rimasti carichi e lucidi; scendiamo nella seconda sala warm up e lì c’è stato un momento di distensione, di relax proprio. Ho detto ai ragazzi che avrei voluto premiare la tecnica più bella, è stata un’idea che è uscita da un momento di relax necessario prima della finale, e su questo abbiamo giocato.

La Serbia è molto compatta e fisicamente tosta, noi più qualitativi, tecnici e brillanti, quindi volevo che venisse fuori questa loro brillantezza e giocare su questa cosa ha rilassato la squadra. È un gioco che avevo visto in passato, quando guardavo le gare: vedevo gli inglesi che giocavano. Ed è successo proprio questo. In passato con le Fiamme Gialle abbiamo giocato con queste cose qui ed ho solamente riportato quello che aveva già funzionato.

Ho premiato l’Ura Mawashi di Ahmed, nonostante ci fosse anche quello di De Vivo. Ho scelto lui perché ha fatto scattare una situazione in cui siamo passati da uno svantaggio al vantaggio (2-0) che ha portato De Vivo a chiudere l’incontro.

A: Andando avanti su questo excursus della Nazionale, abbiamo già fatto insieme una puntata di Karate Mind (e se non l’avete vista andare a recuperarla su YouTube!) sul rapporto tra coach e atleta. Tu che hai seguito tutta la squadra mi sapresti dire se trovi delle differenze tra seguire un gruppo e seguire un singolo? E se sì, come ti comporti nel seguire la squadra o il singolo atleta?

S: La squadra è affascinante. È stata creata da un team e poi nella fase finale è stata seguita più da me e Nello. Bisogna capire chi è (o chi sono, perché potrebbe non essere solo uno) il leader, ma questa squadra è anche un gruppo di amici: si divertono e si vede che stanno bene insieme, quindi il divertimento e il piacere è quello che è venuto fuori. All’interno poi, ci sono due fratelli ed è una cosa che abbiamo voluto perché ciò aiuta a creare una fratellanza anche con gli altri membri del gruppo.

C’è stato un mix di personalità importanti che hanno lavorato insieme e la cosa bella che è venuta fuori è stata proprio il lavoro di squadra: non c’era individualità, ma ognuno si doveva sacrificare per la squadra. Sono stati bravi, sono riusciti a trovare ognuno una motivazione e a metterle insieme per poter raggiungere questi risultati. L’individuale è diverso: si gareggia da soli. La squadra crea quell’emozione che poi arriva a tutta la nazione e ti fa sentire orgoglioso di farne parte.

A: Capitolo Olimpiadi: anche se è passata qualche settimana, il ricordo in noi è ancora molto vivo perché per tutto il Karate è stato un evento storico! Vorrei un tuo giudizio sia sull’evento di per sé, come l’hai vissuto e quello che per te ha rappresentato per il mondo del Karate, sia qualsiasi chicca che ci puoi fornire dall’interno come finora, sempre apprezzatissime.

S: Fin dai primi giorni di ritiro abbiamo creato un ambiente magico ed è stato molto bello, faticoso ma bello. Qualche giorno prima di partire per il villaggio olimpico abbiamo avuto le vittorie di Tamberi e Jacobs che hanno emozionato tutta l’Italia e hanno dato una grande forza e voglia di sognare a tutti. Arrivati lì, ci siamo trovati su quel tatami olimpico con i ragazzi e l’emozione è stata talmente forte e l’energia talmente grande che le abbiamo portate per tutta l’Olimpiade ottenendo poi questi bei risultati. Essere lì, anche se non da atleta, è stato comunque bellissimo. Come dice Luigi Busà, questa è stata la medaglia di tutti, di tutti i precedenti karateka e di tutta l’Italia.

 

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