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Vincenzo Figuccio – Karate Talks #38

Di Olimpiadi, Mondiali, Squadra e Individuale con il coach della nazionale Vincenzo Figuccio!

vincenzo figuccio karate talks 38

Abbiamo ripercorso tutto il percorso Pre-Olimpico, Olimpico e Mondiale del Karate Italiano insieme al coach Vincenzo Figuccio.

Leggi anche: Intervista a Savio Loria

Trascrizione a cura di Carlo Vezzoli

L’ appuntamento di oggi vede protagonista un veterano delle Karate Talks, il maestro Vincenzo Figuccio,

che abbiamo il piacere di avere di nuovo con noi dopo l’esperienza alle Olimpiadi di Tokyo.

Alessio Sorrentino: La settimana scorsa abbiamo parlato di kumite insieme a Savio (Salvatore Loria); oggi non possiamo che parlare di kata insieme a Vincenzo Figuccio. Ciao Vincenzo e ben ritrovato!

Vincenzo Figuccio: Un grande saluto a tutti!
AS: Spulciando tra i tuoi vecchi post di Instagram, mi sono ricordato che quella di Tokyo non è la tua

prima Olimpiade. È corretto?

VF: Vero, non è stata la prima. Vissuta appieno è la seconda. Ho partecipato con la delegazione della FederScherma alle olimpiadi di Rio, come preparatore atletico. Ma avevo iniziato questa collaborazione già nella fase finale delle olimpiadi di Londra, in aiuto al team della Federazione Italiana Scherma, per la sciabola.

È stata un’esperienza bellissima.

AS: E, delle tre edizioni, quale ti ha colpito idi più? Hai un ricordo particolare, non solo legato alla sfera sportiva, ma anche in merito all’organizzazione, allo spettacolo?

VF: Ho vissuto sul campo Rio, fuori dal campo Londra, ovviamente in una condizione storica completamente diversa perché Tokyo, con questa pandemia, è stata un po’ complessa. Nonostante siano stati bravissimi ad organizzarla, vedere all’arrivo una città olimpica come Tokyo deserta, è stato “strano”.

Rio è stato di mille colori; Londra ancora di più, da quelle che sono state anche le esperienze riportate, le immagini. Forse, per eccellenza, Londra è stata veramente affascinante.

Tokyo bellissima, per quello che si poteva fare: si è dovuti stare in una condizione di completa sicurezza, di completo controllo.
In occasione del saluto organizzato dalla Federazione al salone d’onore, parlando con il presidente del CONI, dissi: “Le olimpiadi sono belle se le vinci. Se no, a prescindere da dove vai, diventano brutte!” Questo è un po’ quello che ci eravamo promessi e siamo riusciti, con tutta la federazione e il team, a fare un bel percorso.

AS: E parlando proprio del percorso olimpico com’è stata, dal tuo punto di vista, la prestazione dell’Italia nell’ambito delle qualificazioni e, quindi, il percorso preolimpico? Sia la tua esperienza, sia quello che siamo riusciti a portare a casa in termini di qualificazioni, com’è la tua valutazione su questo?

VF: La valutazione è positiva e non lo dico solo io, lo dice quello che è stato scritto dal team insieme al direttore tecnico Aschieri, al capo coach, il grande Claudio Guazzaroni, e a tutti i tecnici che ci hanno seguito (Savio, Christian, Nello, insomma adesso mi dimenticherò qualcuno! Il preparatore Massimo, io, Roberta).

Siamo arrivati quasi in fondo al percorso e, dopo più di trenta gare, a due mesi dalla chiusura della qualifica, è scoppiata la pandemia e questa condizione ha rimodulato tutto.
I numeri dicono che l’Italia ha portato come cinque qualificati ed è stata la terza nazione dietro solo al Giappone, che aveva otto qualificati di diritto, e la Turchia, che ha qualificato sette persone.

Un percorso di qualifica che ha visto, su trentadue gare, un infortunio solo: quindi un lavoro fatto nel rispetto dell’atleta, tutelandolo cercando di anticipare i problemi che sarebbero potuti nascere.
È stato un grande lavoro che ci ha spostato da continente a continente, settimana dopo settimana, con uno stress incredibile e siamo riusciti ad affrontare tutti gli impegni di qualifica e non solo, perché l’Italia del karate è stata anche a Minsk, ai giochi olimpici europei: la nazione più efficiente per numero di partecipanti e medaglie conquistate.

Un risultato arrivato dopo un percorso attraverso tre continenti diversi in un mese, circa.
Quindi un lavoro di analisi, di studio, di valutazione dei carichi, di collaborazione con l’istituto di medicina dello sport del CONI perché, passando dal Canada alla Cina e poi andando a Minsk, abbiamo fatto rilevamenti quotidiani per cercare di capire lo stato di forma, la variabilità di frequenza degli atleti, la saturazione dell’ossigeno, in un dialogo costante e quotidiano con la medicina dello sport che ci forniva feedback continui sullo stato di forma degli atleti.
Un percorso che ha portato l’Italia ad arrivare terza nel medagliere olimpico, con due medaglie, quella di Luigi Busà e quella di Viviana Bottaro.
Un percorso fatto di tanto lavoro, di tanto studio, di tanta analisi da parte di un team che ha centrato l’obiettivo.

AS: Parlando di medicina dello sport, mi hai fatto venire in mente una cosa: tu hai avuto grandissima esperienza da atleta e stai avendo grande esperienza da coach. La mia sensazione, magari sbagliata, è che in questi ultimi dieci anni ci sia stato un approccio professionalizzato sul karate che sta facendo grandi passi da gigante. Si può dire che questo approccio appartenga a quest’ultima decade oppure che è sempre stato per lo più alla portata degli atleti di alto livello?

VF: Allora, l’approccio scientifico è stato un forte motore di spinta che il professor Aschieri ha portato nel sistema karate, ma c’è sempre stato. Forse negli ultimi dieci anni la cosa che ci sta aiutando è avere strumentazioni sempre più accessibili, che ci consentono di monitorare e di raccogliere quotidianamente le informazioni, avendo sempre a disposizione una dashboard che ci dica come l’atleta si muove, che tipo di prestazione ottiene e come ripetere nel tempo questa performance ottimale sugli atleti che abbiamo.

Perché vincere è l’obiettivo ma ripetersi nel tempo e riuscire a confermarsi è un po’ la difficoltà grossa che deve affrontare chi si occupa di programmazione e progettualità.
Quindi, scrivere esattamente tutto quello che accade per poter capire credo sia il passo più importante che abbiamo fatto negli ultimi sei anni e spesso non basta solo il foglio e la penna ma ci sono degli strumenti che ti aiutano.

Il Presidente Falcone l’ha sempre detto, la parola Olimpiadi cambia la velocità, cambia l’importanza, cambia tutto. E questo ha portato a cambiare moltissimo nella gestione degli atleti, nel controllo e nel

monitoraggio, nel lavoro quotidiano. Quello che poi diventa il risultato è il frutto di un costante lavoro speso vicino agli atleti per cercare di adattarlo alle esigenze individuali di ognuno di loro.

AS: Siccome anche noi abbiamo parlato tantissimo e abbiamo fatto proprio una rubrica che tratta di mental coach, sempre in questa decade di riferimento, la parte di mental coaching tu l’hai vista molto più sviluppata o in linea col passato? È qualcosa che fa parte dei nuovi strumenti su cui c’è più attenzione?

VF: Alle Olimpiadi si è parlato un po’ di più del ruolo del mental coach, rispetto ad altre epoche. Sicuramente non si può prescindere da un sistema integrato di lavoro dove più figure professionali, lavorando sulla relazione, sull’unità d’intenti, mettono l’atleta al centro e cercano di sviluppare in maniera coesa delle strategie per far sì che si realizzi quello che l’atleta sta cercando di portare a termine.

Il mental coach è una di quelle figure: no è solo il mental coach, ci sono molti mental coach bravi come ci sono molti psicologi dello sport bravi che però, da soli, non farebbero nulla se non avessero alle spalle un sistema veramente efficiente di persone che, attraverso la nutrizione, la psicologia, l’allenamento, la preparazione atletica, la famiglia, riescono a mettere l’atleta al centro e a trovare la strada migliore per poterlo far esprimere.

Perché la nuova era mette sempre più al centro la persona, prima dell’atleta, e soprattutto le esigenze che questo individuo ha per potersi esprimere, sentendosi a proprio agio in una situazione di stress importante. Perché quando si tratta di dover centrare un’unica chance come è stato per il karate (perché, come sappiamo, ora non siamo più alle Olimpiadi) l’obiettivo è ancora più ambizioso e più pressante.

AS: Inoltre quest’anno, subito dopo le Olimpiadi, sono arrivati i Campionati del Mondo. Se dovessimo parlare di un confronto tra un’Olimpiade e un Mondiale, quali punti di congiunzione vedi? C’è una diversa difficoltà percepita? Quali sono le peculiarità di queste due gare importantissime che gli atleti si sono dovuti giocare ad una distanza veramente ravvicinata?

VF: Allora, la considerazione che bisogna fare è questa. L’Olimpiade è una gara a tappe quindi cambia drasticamente tutta la progettualità. Devi passare delle fasi di qualificazione, raggiungere un punteggio che ti consente di partecipare ad una gara che, nella fattispecie del karate, è stata di dieci atleti in otto categorie.

Il mondiale, invece, è una gara a titolo: quindi la progettualità per azzeccare un titolo è completamente diversa, passa da una strutturazione diversa di periodizzazione dell’allenamento e vede ottanta, novanta, cento atleti in ogni categoria.
Non si tratta di più difficile o più facile una dell’altra: sono due cose diverse. Certo, l’ambizione dell’Olimpiade (l’unica chance che avevamo) metteva gli atleti in uno stress altissimo; il Mondiale ogni due anni si ripete.

Quindi, sotto questo aspetto, quello che ti richiede un evento straordinario come l’Olimpiade (l’attenzione, i media, i social) è una cosa che non ha nessun tipo di altra competizione.
Però, se dovessimo metterla sullo stesso piano, il mondiale è una gara più complicata in termini numerici, perché hai molti più atleti con cui confrontarti, in una gara dove devi sfidare cento nazioni. All’Olimpiade c’erano dieci nazioni, anche se si trattava di dieci nazioni al top, quindi… è difficile dirlo, ci sono punti a favore e punti a sfavore.

AS: Un mondiale, però, che ha dato grandi soddisfazioni, vista la pioggia di medaglie con cui siamo tornati a casa, specialmente nel kata maschile dove abbiamo avuto il doppio bronzo, sia della squadra, sia di Mattia. Così come per il kumite, anche per il kata ti rivolgo la stessa domanda che ho rivolto a Savio: com’è stato per la squadra e per Mattia? Ci puoi raccontare un po’ com’è andata, come si sono sentiti quando hanno capito che potevano arrivare a conquistare il bronzo, anche visti i recenti super risultati? E magari ci puoi dare qualche chicca dall’interno: com’è stata l’atmosfera?

VF: Facciamo due distinzioni tra l’individuale e la squadra. Parto da Mattia.
Mattia si è ripetuto come medaglia di Bronzo, perché a Madrid nel 2018 aveva conquistato il bronzo, però in una condizione totalmente diversa. Ha fatto un mondiale da protagonista, se l’è giocata fino all’ultimo con Damian Quintero (Spagna), svolgendo una prova sul kata Unsu che ha messo in seria difficoltà gli arbitri. Ha preso un punteggio importante e credo che abbia dato un segnale forte di essere

cresciuto e di essere diventato consapevole che l’opportunità persa in termini di medaglia alle Olimpiadi ha contribuito in molti atleti a fare uno switch completo in termini, proprio, di mentalità.
E mi riferisco a chi l’opportunità dell’olimpiade l’ha persa: nella fattispecie a Simone Marino che ha subito un intervento importante e sta recuperando. Simone ha conquistato questa medaglia d’argento dopo che ha perso l’opportunità di viversi l’Olimpiade per colpa di questo infortunio; Silvia Semeraro, un’altra atleta che aveva la medaglia alla portata, alle Olimpiadi, al mondiale ha fatto vedere chi è. Per Mattia vale la stessa cosa.

E poi c’è chi si è confermato come Viviana, che è riuscita a essere sempre al vertice come ci ha abituato.

Sono contentissimo per Mattia perché vedere un atleta essere consapevole dei propri mezzi ed essere felice di quello che sta facendo credo sia l’obiettivo a cui un tecnico deve aspirare. Noi siamo lì per cercare di vedere loro felici, ecco. Noi lavoriamo per loro.
Come lavorano i tecnici societari, come lavorano le società alle loro spalle, nel voler realizzare il sogno di questo atleta che sta investendo tutto.

Per la squadra, invece, c’è un grande rammarico. Purtroppo abbiamo subìto, durante il raduno, un piccolo intoppo: l’infortunio di Alessandro Iodice, che però abbiamo gestito molto bene fino alla gara. Poi è successo che, al primo turno, siamo entrati come sesta squadra e siamo usciti come primi del girone, davanti alla Spagna che è entrata per ultima, e nel kata già questa operazione è un po’ complicata (uscire prima e arrivare davanti a chi esce dopo tra le grandi squadre, le grandi potenze non è semplice. Significa che gli arbitri ci hanno riconosciuto un valore più alto). Nella seconda prova purtroppo, abbiamo commesso un errore fatale che non ci ha concesso di accedere alla finale. Abbiamo fatto una finale per il bronzo importante, l’abbiamo fatta bene, con carattere. Si sono confermati anche loro sul gradino di un podio mondiale che vuol dire essere tra le migliori nazioni al mondo.

Però noi avevamo lavorato per fare la finale al campionato del mondo; io l’avevo annunciato, avevo detto che noi eravamo lì per giocarci la finale. La strategia che avevamo creato era per arrivare a quell’obiettivo; non ce l’abbiamo fatta, abbiamo fallito su quel fronte e quindi dobbiamo lavorare per cercare di trovare delle nuove strategie per riuscire a conquistare il mondiale.

Tengo particolarmente a menzionare Luca Valdesi che è diventato il nuovo direttore tecnico, con cui lavorerò fianco a fianco: dopo tanti anni fianco a fianco in una squadra ci troviamo fianco a fianco in una sfida importante e sono sicuro che diventerà ancora più entusiasmante. L’obiettivo è quello di salire un pezzettino con l’aiuto anche della nuova dirigenza, della nuova direzione tecnica: c’è anche una grande maestra che entra a far parte del team che è Cinzia Colaiacono (nel kata la storia l’ha scritta anche lei), insieme a Sara Battaglia che diventa allenatrice.

Ad essere sincero, è entusiasmante, è una bella sfida, vediamo quello che viene fuori.

AS: Assolutamente e noi siamo qui per raccontarlo. Ma il tempo è letteralmente volato, io ti ringrazio Vincenzo e mi tengo le domande che ho in testa per i prossimi appuntamenti con le karate talks!

VF: Grazie a te, grazie a tutti e buon karate a tutti!

 

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