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Karate di Okinawa VS Karate Giapponese: Principi VS Tecnica

Differenze profonde tra il karate di Okinawa e quello Giapponese. I principi del movimento nel primo contro le tecniche degli stili moderni.

principi-vs-tecnica

C’era una volta il Karate basato sui principi… Stop, ricominciamo daccapo!

C’era una volta, e c’è tutt’ora, un Karate basato sui principi anziché sulla tecnica.

Suona strano vero? Beh, non mi sorprende.

La cosa stupì molto anche me, tanti anni fa, quando dopo una vita di Karate Shotokan (sportivo e tradizionale) feci il mio primo viaggio ad Okinawa.

Nel viaggio incontrai per la prima volta lo Shorin-ryu (Karate che insegno e pratico da diversi anni), il papà per la maggior parte del Karate giapponese.

Ma andiamo al sodo: Cosa si intende però per principi, e cosa si intende per tecnica?

Chojun Miyagi e Juhatsu Kiyoda da giovani
Chojun Miyagi e Juhatsu Kiyoda da giovani

I principi nel Karate

Con il termine principi, anche nel Karate si indicano alcune caratteristiche delle arti marziali tradizionali.

Possono esistere vari tipologie di principi, come ad esempio:

  • Uso marziale del corpo.
  • Applicativi / strategici.
  • Di movimento.

L’uso marziale del corpo nel Karate

I principi dell’uso marziale del corpo servono a capire i vari modi di usare il corpo umano per eseguire le tecniche correttamente; come generare l’energia da usare (non esiste solo la mera rotazione delle anche); come ammortizzare la forza dei colpi degli avversari, come combinare difesa e attacco.

Alcuni esempi di essi possono essere il muchimi (elasticità, rilassatezza), il meotode (mani marito e moglie), il chinkuchi (allineamento articolare), il radicamento al suolo o l’uso del gamaku (torso / core).

I principi applicativi / strategici nel Karate

I principi applicativi / strategici riguardano invece il mondo del combattimento, inteso ovviamente come difesa personale.

Sono utili per capire come massimizzare gli effetti dei nostri attacchi e delle nostre difese.

Per esempio l’uscita sul lato cieco dell’avversario, il controllo del gomito, il muchimi-di (mani appiccicose).

I principi di movimento sono relativi agli spostamenti, e possono riguardare gli yoriashi, la distribuzione del peso, l’uso del baricentro, i taisabaki (diversi dagli spostamenti del Karate giapponese. Sono principalmente delle schivate eseguite sul posto o quasi).

Chiaramente non sono tutti qui, e la spiegazione è stata semplificata il più possibile, ma per farsi un’idea può esser sufficiente.

I vari principi vengono usati in contemporanea, e sono appresi tramite esercizi specifici che si chiamano Junbi undo, letteralmente esercizi preparatori, ma che io preferisco definire “esercizi propedeutici per l’uso del corpo”, poiché rende meglio l’idea.

Choshin Chibana in Meotode kamae
Choshin Chibana in Meotode kamae
Gichin Funakoshi esegue un’applicazione
Gichin Funakoshi esegue un’applicazione 

La Tecnica nel Karate

Con il termine Tecnica nel Karate si intende l’insieme di movimenti codificati di difesa e offesa usate.

Esse possono essere:

  • Uke-waza – volgarmente dette difese/parate.
  • Uchi-waza – percosse.
  • Atemi – simili alle uchi-waza, indicano però per lo più attacchi diretti ai punti deboli del corpo.
  • Nage-waza – proiezioni di Karate, kansetsu-waza (leve articolari). 

Arti Marziali di Principio o di Tecnica

Esistono arti marziali che si basano sui principi, e altre che si basano sulle tecniche.

Ciò non significa che le prime non abbiano tecniche e le seconde non abbiano principi, ma che l’approccio è totalmente differente.

Nelle arti tradizionali (Quan fa / Kung fu, Karate di Okinawa), i principi rappresentano il “motore” del combattente, mentre le tecniche gli strumenti, e non viceversa.

Immaginate, per farvi un’idea, un trapano versatile e potente che può esser usato con diversi tipi di punte a seconda dell’impiego necessario.

Questo comporta maggiori elasticità, adattabilità (al praticante, al contesto e all’avversario) ed efficacia nel combattimento inteso come difesa personale.

La tecnica diventa un mezzo e non lo scopo finale. Sebbene venga ovviamente affinata e perfezionata, essa sarà sempre e solo uno strumento intercambiabile subordinato ai principi che rimarranno invariati.

Leggi anche: Origini del Kata Seisan/Hangetsu

In queste arti marziali non si tende a dare un nome diverso a ogni variazione tecnica.

Peculiarità delle arti marziali che si basano sulle tecniche è quella di identificare ogni singola variazione con un nome preciso, ecco quindi che abbiamo decine di nomi per I vari tipi di mosse.

Alcune tecniche o posizioni non hanno nemmeno nome, e talvolta due tecniche simili ma differenti condividono lo stesso nome.

Insomma, uno tsuki è sempre uno tsuki, a prescindere dal fatto che in un determinato contesto possa avere ad esempio un’angolazione, una traiettoria o uno uso diversi.

Questo come dicevo aumenta l’adattabilità e l’elasticità (anche mentale) del praticante, e va a scontrarsi contro il metodo “tecnico” che tende ad identificare sin da subito l’uso quasi esclusivo di una data tecnica.

Quante volte avete chiesto al vostro maestro “A cosa serve age-uke?” e quante volte vi hanno risposto: “per parare oi-tsuki jodan!“? Ecco, questo è il perfetto esempio di cosa vuol dire diminuire l’elasticità di una tecnica. Pensare che questa sia risposta solo per un attacco specifico.

Il Karate di Okinawa, e nella fattispecie lo Shorin-ryu, si basano su questi principi.

Il rovescio della medaglia è che diventa difficile insegnare questo tipo di Karate a molte persone tutte assieme.

E ciò si scontra anche contro la mentalità giapponese e occidentale, la quale tende ad etichettare e classificare ogni minima variazione con un nome diverso.

É anche poco adatto, se non inutile, al contesto sportivo (jiyu kumite o kata), sebbene stia tornando in auge nei combattimenti tipo MMA.

Tutte queste ragioni, in unione alla giapponesizzazione del Karate giunto a Tokyo, Kyoto, Osaka, ecc, portarono all’abbandono di questo metodo a favore di quello più semplice basato sulle tecniche.

La mentalità, inoltre, era quella di far entrare il Karate nel Budo moderno di un Paese civilizzato.

A cosa serviva più la difesa personale in un contesto simile? Ecco che quindi il Karate giapponese ha un approccio totalmente differente rispetto a quello di Okinawa, in parte dovuto a scelte che vennero fatte nei suoi primi anni di vita.

Va detto però che, quando si dovette esportare il modello JKA all’estero, si dovette anche far un ritorno alla difesa personale, la quale però risultò poco efficace e realistica (vedi I famosi video di Nakayama sensei), poiché basata sul metodo moderno.

Esempio di applicazione JKA
Esempio di applicazione JKA

Possiamo quindi affermare che il Karate nasce come arte marziale basata sui principi applicativi ma, dopo la sua esportazione, nacquero altri tipi di Karate in Giappone e Corea che si basarono per varie ragioni sulla tecnica.

Buona parte del Tae kwon do e del Tang so do provengono proprio dal Karate Shorin-ryu. Tang so do 唐手道 non è nient’altro che il vecchio nome del Karate, Tode 唐手, con l’aggiunta del suffisso -do alla fine.

Possiamo altresì dire che il metodo originale ha continuato ad esistere sia ad Okinawa che nel resto del mondo dove fu esportato (Italia inclusa), e che entrambi I metodi rispecchiano gli scopi differenti di queste arti marziali!

Choki Motobu mostra un’applicazione di Naihanchi
Choki Motobu mostra un’applicazione di Naihanchi
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